albergo diffuso, borghi

Un albergo orizzontale

Ridare vita ai borghi dimenticati, custodire emozioni e patrimoni culturali preziosi favorendo il turismo di chi ama viaggiare e respirare l’essenza dei luoghi visitati. Questo è l’intento di una categoria speciale di hotel: l’albergo diffuso, una formula vincente per sentirsi residenti temporanei di un borgo, scoprendone le tradizioni, la storia e la cucina. Un’idea messa a punto già dagli anni ’80 dal lungimirante Giancarlo Dall’Ara, docente di marketing nel turismo e presidente dell’Associazione Nazionale degli Alberghi Diffusi. Ormai un innovatore di fama internazionale, Dall’Ara si racconta a “Finanzia la tuaidea”.

La storia dell'albergo diffuso

Come nasce l’idea dell’albergo diffuso?

L’albergo diffuso nasce negli anni ‘80 nel Friuli Venezia Giulia ed esattamente in Carnia. Dopo il terremoto del 1976 molte case, pur ristrutturate, non erano abitate. Io, che mi ero sempre occupato di alberghi a Rimini e da pochi mesi avevo deciso di intraprendere l’attività di consulente di marketing nel turismo, venni chiamato a Comeglians nel 1982 per un corso di formazione e per cercare di dare un contributo alla valorizzazione turistica di quei borghi, in gran parte abbandonati. Nacque così l’idea di utilizzare le case vuote per realizzare strutture ricettive. Era la prima idea di un albergo orizzontale, l’”albergo che non si vede”.

Dal punto di vista normativo e culturale, quali sono stati gli ostacoli da superare affinché gli AD fossero riconosciuti a tutti gli effetti?

Gli ostacoli sono stati tanti. In primo luogo io stesso fino al 1989, l’anno in cui progettai un Albergo Diffuso a San Leo (nel Montefeltro), non avevo le idee chiare. Inoltre, per poter gestire le case come camere di un albergo e per potervi alloggiare persone alle quali poi offrire tutti i servizi alberghieri, occorreva innanzitutto la disponibilità dei proprietari delle case, spesso emigrati all’estero, oltre che autorizzazioni e una legge specifica.
Dovetti aspettare il 1998 per riuscire a convincere una Regione (la Sardegna) a normare l’albergo diffuso. E ciò avvenne grazie soprattutto al progetto di Albergo Diffuso di Bosa, Corte Fiorita, che oggi è una bellissima realtà. In compenso, dopo, tutto è accaduto in fretta, e oggi in Italia 16 Regioni hanno una norma sull’albergo diffuso che regola l’apertura e la gestione di AD. Il modello normato è grosso modo lo stesso in tutte le Regioni: gestione imprenditoriale e unitaria di case che diventano camere di un albergo che non si costruisce. Le case devono essere disabitate, vicine tra loro, autentiche e il borgo deve essere abitato.

Qual è stato il primo progetto ad imprimere una svolta decisiva?

Se l’idea nasce a Comeglians, dove oggi si trova un bell’esempio di Albergo Diffuso, il progetto che ha dato una svolta è stato quello fatto a San Leo, per conto dell’Amministrazione Comunale che mi ha portato poi a definire il modello dell’albergo diffuso, senza il quale forse oggi AD sarebbe solo una parola, e non una forma definita e particolare di ospitalità made in Italy.

Albergo diffuso: il contesto attuale

Quanti sono oggi in Italia gli “alberghi orizzontali”? Anche questa realtà sta vivendo “la bassa stagione” della crisi?

Al momento gli AD sono circa 70, sono presenti in quasi tutta Italia. Ma il numero degli AD riconosciuti rispecchia solo in parte un fenomeno che è molto più ampio. Sono infatti quasi 400 i progetti di Ospitalità Diffusa (quindi di strutture simili agli AD) avviati in questi anni in Italia. Tutti hanno come modello di riferimento l’AD, ma non ne posseggono tutti gli standard. Il consuntivo 2012 è stato per noi straordinario perché la stragrande maggioranza degli Alberghi Diffusi ha avuto incrementi superiori alle due cifre percentuali, in un contesto difficilissimo. Di più, quest’anno quasi la metà degli arrivi ha avuto provenienza dai paesi esteri, sottolineando così il contributo dell’AD all’immagine dell’Italia nel mondo.
Il modello italiano di ospitalità dell’AD è ormai una realtà internazionale, come procede la sua esportazione all’estero?
Bene, con qualche soddisfazione, sia pure con fatica, perché purtroppo in Italia nessuna Regione e neppure il Ministero puntano davvero sull’albergo diffuso. Al momento abbiamo riconosciuto un solo AD all’estero, quello di Ledesma in Spagna. Altri tre progetti sono stati monitorati in Istria, e in Svizzera, ma sono risultati privi di alcuni standard per essere riconosciuti come veri AD.
Di Albergo Diffuso hanno parlato tutte le più importanti testate internazionali (dal National Geographic al New York Times che ha definito l’AD “idea semplice ma geniale”), si sono svolti convegni in Portogallo, in Spagna, in Svizzera, in Croazia. E soprattutto, siamo riusciti a imporre agli stranieri l’uso del termine italiano “albergo diffuso”, così come noi facciamo coi modelli stranieri come il B&B.

Qual è stata la scommessa più difficile da vincere?

Fare capire che l’albergo diffuso non è solo una rete di case date in affitto, ma un vero albergo, e far comprendere che i turisti che vedono la parola albergo di fianco all’aggettivo diffuso si aspettano comfort e servizi alberghieri e che, infine, per dare servizi alberghieri occorre che le case siano vicinissime tra loro. Ancora oggi la maggior parte dei progetti prevede case lontanissime, anche su ambiti comunali differenti. Così si fanno i progetti, si investono risorse, passano gli anni e nessuno vuole gestirli. È una battaglia ancora in corso.